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  • Elena Bertelli

MPavilion

Questo articolo è tratto da una ricerca di gruppo svolta per il Laboratorio di Progettazione dell'Architettura III del professore Michelangelo Pivetta all'Università degli Studi di Firenze.


Collaboratori del LPA: Giacomo Razzolini, Mattia Baldini, Mikhail Fabiani, Lapo Fuochi,

Pier Paolo Lagani, Laura Mucciolo, Vanni Renzini, Anna Chiara Zei


Autrici: Elena Bertelli, Hamdani Ikbal

 

UNO SPAZIO ARTEFATTO

MPavilion è un'iniziativa che trova spazio ogni anno nei Queen Victoria Gardens, a Melbourne. Gli architetti dei vari padiglioni, negli anni, si sono concentrati sulla realizzazione di uno spazio che potesse essere fruibile dalla comunità, dove assistere a spettacoli musicali, letture e presentazioni. Il padiglione è stato realizzato nel 2017 da David Gianotten e Rem Koolhaas, architetti dello studio OMA, Office for Metropolitan Architecture. Attraverso il loro intervento, hanno realizzato una struttura che fosse in grado di assumere configurazioni diverse e potesse essere accessibile a tutti.

Assonometria del progetto

Il padiglione è concepito attraverso tre componenti: copertura, gradinate e collina artificiale. Esse vengono riprese da modelli noti (o ignoti), studiati e rielaborati con la sola finalità di realizzare uno spazio centrale, dentro il quale le attività si svolgono. I vari modelli vengono ripresi in maniera autonoma, staccati rispetto alla loro natura, si contrappongono alle tipologie classiche, da cui viene solo ripresa la forma per raggiungere lo scopo sociale.


La collina realizzata intorno alla struttura è il primo confronto che il visitatore si trova ad affrontare: un ammasso di terra che va a definire una forma irregolare, non continua e liscia, ma spigolosa, quasi non per celare l'edificio, ma per evidenziarlo. Questa viene volutamente ricoperta di arbusti e piante native australiane, per richiamare all'attenzione il luogo in cui ci troviamo, uno squarcio verde nel mezzo della città metropolitana. La collina avvolge le gradinate della struttura, da cui è possibile assistere e partecipare alle attività.


Le sedute sono un chiaro riferimento agli anfiteatri antichi, che, per la loro funzione originaria, vengono presi come modello. La parola anfiteatro deriva dal greco amphi, che significa 'su entrambi i lati', e theatron, che significa 'luogo destinato agli spettatori', il che sembra proprio la base di partenza per il progetto. Il modello archetipico viene letto in chiave dinamica, tanto che la gradinata più piccola è mobile, può ruotare di 360° intorno a uno dei pilastri portanti della struttura. In questo modo lo spazio è fruibile 'su entrambi i lati', sia dall'esterno che dall'interno, mettendo nello stesso piano spettatori e rappresentatori/attori delle attività. Inoltre, la circolarità dei teatri antichi viene interrotta per lasciare spazio al verde del parco.


Le gradinate sono realizzate in legno compensato, poiché il padiglione possa essere smontato e rimontato facilmente. Sia il materiale che la natura del padiglione entrano in contrapposizione con l'essenza dell'anfiteatro, qualcosa che perdura nei secoli e che viene realizzato con dei materiali nobili. La collina adiacente farebbe pensare ad un teatro greco, tuttavia essa è artificiale, rimandando così al modello romano, il quale sorge senza vincoli laterali.

Elaborazione grafica a cura delle autrici

Sono molteplici gli artefici che vengono messi in atto in questa opera, confermando e negando la natura prima degli elementi: nella collina si vede la volontà di riprodurre qualcosa di puro, spontaneo, senza nascondere allo stesso tempo l'artificialità dell'oggetto. La negazione più evidente è forse la copertura, un grande parallelepipedo che viene appoggiato sopra alle gradinate. Gli autori evidenziano che sia un elemento estraneo, lo diversificano dal linguaggio utilizzato nelle altre parti (in materiali opachi) e lo rivestono in acciaio, così da riflettere la luce. Da lontano questo elemento, essendo di grandi dimensioni, dà la possibilità all'edificio di fungere da faro, di attirare le persone verso sé, un luogo sicuro. La copertura rimane però aliena alla struttura, distaccandosi dal contesto, come se stesse per librarsi in aria. La negazione sta nel fatto che gli anfiteatri fossero a cielo aperto, così che lo scorrere del tempo potesse diventare parte integrante dell'opera. In questo caso il cielo viene coperto, non si tratta solamente di un cassettonato bucato per inserire dei LED luminosi e creare atmosfere, ma all'interno del padiglione il cielo viene celato con un telo traslucido. Questo riflette la volontà degli architetti di voler, ancora una volta, proteggere chi lo visita, facendoli sentire accuditi dal tetto, avvolti dalla collina e accolti dalle gradinate.


Fotografie del modello di Vanni Renzini (@vannirenzini)

Riferimenti

Libri:

  • Lisa Baker Braun, Temporary architecture, 2014

  • Rem Koolhaas and Bruce Mau ,S, M, L, XL: small, medium, large, extra-large / Office for Metropolitan Architecture, 1995

Articoli:

  • 2017, OMA, Education Guide. A cura di Andrew Atchison per MPavilion, December 2020

  • 2017 MPavilion by OMA. Rory Hyde



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